Cavalli 8 Uomini 40 – Storia di un’amicizia

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 Nell’agosto del 1996, Naldino Scarpa all’età di 74 anni, scrive un racconto.

Dialoghi tratti dal racconto

paginaIl dattiloscritto originale (pdf): Cavalli 8 Uomini 40

 

CAVALLI 8 – UOMINI 40 – STORIA DI UN’AMICIZIA
La mattina del 19 Novembre 1943 si presentò al nostro Comando difesa dell’isola di Lero un drappello di soldati tedeschi i quali, agli ordini di un ufficiale ci imposero di scendere a Portolago per il concentramento dei prigionieri a Xerocampo.

Era l’epilogo di una dura battaglia perduta e l’inizio di una dura prigionia. Con l’amico Rizzo ex sommergibilista, dopo aver cercato invano l’amico Crosara, incolonnati giungemmo al campo di raccolta.

Sistemati alla meno peggio, supplimmo al magro rancio con qualche galletta inglese e delle bustine di tè frutto di scambi alleati. A squadre ci destinarono alla sepoltura dei cadaveri e alla pulitura dei campi di battaglia, e proprio durante queste operazioni feci la conoscenza di un altro sommergibilista triestino, Fabio, con il quale divenni subito amico grazie ai suoi modi gentili ed educati e la sua certa cultura, la sua dolce parlata giuliana lo rese simpatico anche al mio commilitone Rizzo.

Pietà vuole che non descriva la nostra incapacità quali seppellitori, mentre va posta in evidenza l’apocalittica distruzione dei centri abitati , dell’isola e del porto.

Fra un “los los” e qualche calcio di fucile sulla schiena arrivò il momento della partenza e rimanemmo intesi fra noi di rimanere uniti per non perderci di vista. Nella stiva della nave che ci portava sulla terra ferma la sistemazione era terribile, odori di ogni tipo, aria soffocante, rumore assordante delle macchine, un inferno che durò parecchie ore fino all’arrivo al Pireo.

All’arrivo scoprimmo che la Provvidenza ci aveva salvato, infatti molte navi con migliaia di nostri commilitoni erano state colate a picco. Dovemmo, inoltre, prendere parte a una ignobile sfilata impostaci dai tedeschi da Pireo ad Atene fra due ali di attoniti greci che con noi simpatizzarono.

Il 2 dicembre venimmo sistemati in baraccamenti militari, cibo sufficiente alla sopravvivenza comandate di lavoro non gravose e tante chiacchierate fra veneti e giuliani. Dove ci avrebbero portati? la speranza di una prigionia non troppo lunga… che invece durò 23 mesi!

Fabio ci mise sull’avviso di stare attenti ai vagoni di assegnazione, perché sicuramente i trasferimenti sarebbero venuti con tradotte e numerosi casi di deragliamento si erano verificati per opera di partigiani operanti nei Balcani.

Ci avrebbero divisi per lettere dell’alfabeto, Rizzo e Scarpa insieme, ma Fabio purtroppo fu assegnato ad un vagone successivo dato che alla chiamata era in gabinetto.

Eravamo in gruppi di 40! Ciascun vagone infatti poteva contenere alternativamente o 40 uomini o 8 cavalli! Dagli zainetti ingolfati da 2 maglie e da due mutande di lana, chiaro segno di dove ci avrebbero portato, estraemmo una coperta che buttammo sulla paglia e ci sistemammo alla meglio.

Pensieri e preoccupazioni si accavallarono nella nostra mente (era l’11 dicembre) e essendo assegnati al 2° vagone dietro la locomotiva, quale sarebbe stato il nostro destino? e Fabio? e quali punizioni avremmo avuto per aver combattuto contro i cameraden; sapevamo che molti nostri Ufficiali, sottoufficiali e soldati erano stati uccisi per essersi opposti all’occupazione della piazzaforte della nostra Lero.

Ed ora che eravamo affastellati, l’uno accanto all’altro, con problemi fisiologici personali, confortati solo da due buglioli e due finestrini 30X50 cm, porta scorrevole ma chiusa dal di fuori, era iniziata anche per noi una dura punizione…Partiti …per quale destinazione? Lituania? Russia? Polonia? Ci preoccupava il freddo, il lungo viaggio fra popolazioni ostili con rischio di attentati e continui sabotaggi dei combattenti partigiani che non avrebbero potuto sapere che la tradotta portava poveri prigionieri e non riservisti inviati al fronte….

E la mente vaga fra piccoli momenti felici e pensiero per gli amici lasciati…erano le 19,30 dell’11 dicembre 1943 e uno scossone fra la locomotiva e quello che doveva essere il primo vagone mi destò di soprassalto e dopo poco si partì.

Il 12 Salonicco; il 15 Skopje verso Belgrado, ma poi si torna verso la Bulgaria dato che la linea era stata minata dai partigiani serbi. Dal finestrino un benedetto militare bulgaro mi porge un pacchetto con 10 sigarette che divido con i vicini, che spesso mi alzano, convinti che nelle fermate io riesca quasi sempre a raccattare qualcosa, grazie alla conoscenza scolastica di qualche lingua. E per la verità il loro intuito li tradisce di rado. Il 20 dicembre siamo a Sofia e ci lasciano scendere per poter camminare un po’, i bulgari ci sono amici e i nostri carcerieri essendo polizia ferroviaria consentono loro di offrirci delle sigarette. Il 23 passiamo il confine rumeno e alla vigilia di Natale giungiamo a Fetesti.

Il benedetto finestrino con sbarre mi permise, sempre sulle spalle del consorzio “Forti ma non liberi”, di fare un cambio poco favorevole, ma proficuo per la data. Avevo estratto dallo zainetto una camicia che avevo tenuto per il ritorno a casa, e la offersi in cambio di frittelle dolci ed una pentolina di latte…in fondo non era un gran che, ma bastava in quei miseri momenti per festeggiare il giorno più importante dell’anno, Natale di prigionia dopo i Natale di guerra… come erano lontani ormai il tempo delle feste famigliari… l’atmosfera che aleggiava nelle famiglie, la serenità nei nostri cuori; nonostante la marzialità imperante in quei tempi eravamo giulivi. Per questo avevo sacrificato la camicia per rivivere, poveramente ma lietamente quei giorni, venne anche intonata qualche melodia nostrana in sordina, per sentirci uniti.

Il 28 ci fermammo a Stanislav in Polonia, e ci fecero scendere sempre guardati a vista e con i fucili puntati, ma delle donne polacche impietositesi dal nostro stato riuscirono a convincere le guardie e ci offrirono un po’ di pane di segale e del salame! Il freddo comincia a farsi sentire e il 31 arriviamo a Grodno, miglio bollito ma caldo! e altri 40 Km per Vilna. Si discorreva del campo, delle baracche… quando uno scoppio tremendo, seguito da una serie di violenti tamponamenti a catena ci fece presagire una catastrofe.

Prigionia. Naldino è con un amico. Sul retro si nota la data e le scritte "Pasqua-Russia" e "Prigioniero dei tedeschi"

Prigionia. Naldino è con un amico. Sul retro si nota la data e le scritte “Pasqua-Russia” e “Prigioniero dei tedeschi”


Urla di dolore e invocazioni d’aiuto giungevano da ogni dove, fra noi solo qualche forte zuccata e qualche volo per fortuna attutito dalla paglia e dagli zaini. Dopo il primo intontimento guardai fuori dai finestrini e tra i fari delle ambulanze ed automobili vidi la locomotiva e i primi tre vagoni sbalzati fuori dai binari, rovesciati gli uni sugli altri. Come era potuto accadere, così a pochi Km dalla meta? Chissà quanti morti e feriti… macchine a tutto gas, secchi comandi tedeschi…

Avevamo subito un agguato dei partigiani russi che operavano nelle retrovie del fronte. Certamente avevano scambiato la nostra tradotta di prigionieri per un invio di soldati per rifornire il fronte…Cominciava un tragico 1944! un anno di immensi dolori per tutti! A notte alta si ripartì; marcia indietro ritorno a Grodno, completamente dimenticati da tutti, rimanemmo due giorni senza rancio.

Il mattino del terzo giorno ci fecero scendere dieci minuti per i bisogni fisiologici, e i lavoratori della stazione ci regalarono qualche fetta di pane e alcune foglie di tabacco che sbriciolate avvolgemmo su carta di giornale, ci diedero così, il conforto di una boccata di fumo. Restammo in sosta dal 3 al 7 gennaio, non veniamo trattati male e ci viene consegnato un rancio caldo e la tradizionale pagnotta di segale valida per quattro giorni! Ma io mi sentivo molto inquieto, evitavo i compagni, che spesso in altre occasioni tenevo su di morale con parole di speranza e qualche motivato soffocato a fior di labbra. Sentivo che qualcosa di grave stava per accadere, soprattutto non volevo pensare a Fabio; eppure il pensiero mi tornava martellante.

E venne la notizia. Me la portò un comune conoscente: Fabio era morto nel primo vagone! non potevo credergli lui era salito fra gli ultimi, non poteva essere dietro la locomotiva! Ma la realtà era diversa: Fabio era effettivamente salito con l’ultimo raggruppamento , ma con un convoglio che fu trainato da un diverso locomotore e questi ultimi vagoni furono perciò agganciati davanti a noi e quello scossone che avevo sentito prima della partenza era proprio questa manovra. Chi raccontava era vivo per miracolo e illeso e grazie alla conoscenza della lingua tedesca e alla compiacenza di un soldato tedesco era riuscito a portarci la triste notizia. Mi abbracciò aggiungendo le sue alle mie lacrime. Ne aveva versate tante in quei giorni anche, oltre al dolore, per il dispiacere di non riuscire a trovarmi. Mi rifugia sul pagliericcio e diedi sfogo al mio sconforto, presto raggiunto dagli altri sei amici con gli occhi lucidi; gli amici dei “Forti ma non liberi”.

Sfortuna, fatalità, destino erano le parole che cercavamo per trovare consolazione.
La trovammo nella fede e nella preghiera. Quando alle 19 di quella plumbea sera di gennaio partimmo da Grodno, fui issato per cercare di fissare il luogo e poter individuare la località nella speranza di potere un giorno fare ritorno per deporre un fiore. Nessuno parlò né dormì quella notte.

Al mattino arrivammo a Minsk in Bielorussia. Sosta, rancio e ancora avanti; farneticando pensammo di essere destinati in Siberia… Invece alle 21 dell’8 gennaio sostammo a Borisow, un ottantina di Km da Minsk… Neve e freddo cane! 20 gradi sotto lo zero… ordine di scendere stretti stretti, fra le coperte e la paglia si sopravviveva, ma una volta scesi ci sembrò di svenire.

Il freddo penetrava nelle ossa e solo muovendoci in continuazione, con grandi pacche delle mani, senza guanti, sulle spalle, riuscivamo a resistere.
Poi la marcia al campo di concentramento…Senza guanti, in Egeo non servivano, avevo le mani gelate per tenere il povero bagaglio.

Giunti in baracca, come un automa mi avvicinai con le mani protese verso la stufa in cerca di un po’ di calore, quando improvvisa mi raggiunse una sberla da K.O., mi mandò lungo disteso per terra. Intontito sentii il capo baracca che mi urlava “burba scema, vuoi perdere le mani?…..

Non le ho perdute, mi sono servite per scrivere questa CAVALLI 8 UOMINI 40
Storia di un’amicizia.

Naldino Scarpa

Lido di Venezia, 23 agosto 1996

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