Cosa siamo noi davanti al destino?

Come possiamo contrastare qualcosa che è superiore a noi e ci controlla come un burattinaio in un teatro sì grande, immenso, smisurato, ma che ci impedisce di fare davvero quello che vogliamo?

Come dice il gioco che sto per recensire nel trailer di lancio, la libertà è un'illusione. La vita è un'illusione. La morte è un'illusione.

Tutto quello che ci può sembrare il più sicuro e impenetrabile dei dogmi della vita alla fine si può rivelare una falsità. Un inganno partito fin dal principio.

Io stavo seguendo questo videogame da un pezzo, e devo confessarlo: volevo trovare durante l'esperienza di gioco qualche motivo per screditare il prodotto. Qualche pretesto per non omologarmi agli altri giornalisti che dicevano rose e fiori ed erano rimasti colpiti dall'avventura.

Proprio per questo ho prestato maggiore attenzione a quello che giocavo e mi sento fortunato, perché così ho saputo apprezzare molto meglio il tutto.

La trama non posso spiegarla per intero, proprio perché il gioco stesso ha il compito di sfornare storie e finali sempre nuovi.

Stanley è un impiegato che ha il solo compito di premere  i tasti che gli vengono ordinati sul monitor del computer. Un giorno, però, accade qualcosa che cambierà per sempre la sua vita. Sullo schermo del monitor non ci sono più comandi da seguire e il protagonista, scopertosi per giunta solo, va a cercare i suoi colleghi scomparsi.

Proprio adesso entra in gioco il terzo personaggio (gli altri due sono Stanley e il videoplayer).

Egli è il narratore, una voce fuoricampo onniscente che crede di avere come protagonista della sua novella un personaggio docile, manovrabile, non una persona reale.

Quest'ultima, può fare di testa sua e non seguire quello che gli dice la sua guida, e sarebbe un disastro.

Di fatto il gioco è basato sul prendere delle scelte (per esempio dei bivi dove si può andare sia nella porta di sinistra che in quella di destra) che condizioneranno il prosieguo della storia.

E' in questo punto che c'è il vero aspetto rivoluzionario del progetto. Infatti ci può essere uno scambio di ruoli tra il narratore e il giocatore. Da burattinaio, il primo si può trasformare in burattino, e di  conseguenza anche il secondo si trova inconsciamente una situazione gravosa da gestire.

Io, la prima volta che ho giocato, ho agito di testa mia, non seguendo mai quello che mi diceva di fare la mia guida.

Così facendo quest'ultima si è trasformata in impotente spettatore del mio scempio e, lamentandosi, dicendo che la sua storia era rovinata, mi ha fatto pesare talmente tanto le mie scelte da pentirmi amaramente di non aver seguito le sue dritte. Mi sono sentito uno sciocco per aver preso tra le mani la situazione del gioco e averla frantumata in mille pezzi.

Il creatore, per quanto sia incolpevole delle nostre intemperanze, è un maestro formidabile e saggio (talvolta anche sarcastico) e, per quanto possibile, vuole correggerci, dimostrando che un uomo non può avere un potere tanto grande per poi usarlo male.

Non voglio dilungarmi troppo per non rovinarvi l'esperienza, ma dico soltanto che gli altri finali avranno in comune il tema della libertà di essere ed agire, di scoprire mondi sempre nuovi senza essere controllati, monitorati e limitati nelle scelte.

Never is the end. Non ci sarà mai una fine. O meglio, ci vorranno mesi prima di scoprire tutte le situazioni possibili, e ci rimarrà sempre qualcosa di nascosto ancora da scoprire.

Il videogioco che ho provato è una poesia trascritta in un software, un universo di pensieri ed opinioni messo dentro ai file, ma anche una fabbrica di emozioni inesauribile.

Un prodotto che non finirà mai di stupire.

Giovanni Soave, 3C, V.Pisani.