Domenica 27 febbraio 2014

Caro diario,

               come puoi notare ieri non ho avuto tempo per scriverti, e devo assolutamente spiegarti il perché. Ogni sera ti intrattengo con le mie storielle di quello che succede a scuola, a ginnastica artistica e magari di qualche battibecco tra amiche. Ieri, però, non ti ho scritto non perché non avessi voglia o perché ero stanca, ma bensì per una cosa molto più grave. Come ogni mattina alle 7.30 Genny è venuta a prendermi, siamo andate alla fermata del bus e, salite a bordo, ci siamo avviate normalmente verso scuola.

Scese dalla vettura non eravamo più solo noi due ma circa una ventina di ragazzi. Come saprai, era sabato, perciò il vigile addetto a far attraversare la strada non c’era e veniva alle 8.00 per accogliere i bambini delle elementari. Noi, tranquilli, guardiamo a destra e a sinistra; notando che la strada è libera, attraversiamo. Nell’attimo in cui il mio piede scende dal marciapiede e tocca le strisce pedonali, tutto è rallentato. Cammino sicura inconsapevole di ciò che tra poco succederà. Sovrappensiero proseguo con la testa bassa, certa che la strada sia completamente vuota, quando a pochi metri da me, sento una frenata. Di colpo, presa dal panico, faccio un salto indietro, ma a causa del suolo bagnato, scivolo e finisco con la gamba destra sotto il muso di una macchina. In questi tre secondi è scomparso l’audio, ho visto solo tanto caos e le mie amiche che muovevano la bocca: urlavano il mio nome! Genny, che era dietro di me, mi ha preso sotto le ascelle e, sottraendomi, mi ha tirata su. Ho percorso gli ultimi 30 cm e poi mi sono resa conto di ciò che mi era accaduto. La macchina era ormai ferma. Da essa è sceso un signore di media età che si è avvicinato frettolosamente a me e mi ha dato un bacio dicendomi: “scusa amore, avevo abbassato lo sguardo 3 secondi.” Io indignata per le assurde parole, non volevo piangere davanti a lui; qualcosa dentro di me mi diceva che non si meritava di vedere le mie lacrime. E’ rimontato in macchina e, come se nulla fosse, se ne è andato. Mi sono girata e, tra le braccia di Genny mi sono messa a piangere. Mi ha accompagnata dentro scuola, nella sala insegnati, dove due professoresse mi hanno accolto cercando di calmarmi. Non è servito a niente; più il tempo passava più mi agitavo. Poi la fatidica domanda: ”Vuoi che chiamiamo tua mamma?”. Mi sono azzittita per un attimo ed ho riflettuto: già ero scioccata io, se chiamano mia mamma dicendole “salve signora, parla la scuola Vettor Pisani; volevo avvisarla che sua figlia è stata quasi investita da una macchina” penso proprio che quella che avrebbe avuto più bisogno di andare in ospedale sarebbe stata lei!!! Me l’hanno passata, si è accertata che fossi sana e salva ed è corsa a scuola. Io continuavo a piangere come una fontana, mentre tenevo del ghiaccio sul ginocchio. Dopo circa venti minuti ecco la mamma venirmi in aiuto. L’ho stretta forte a me. Mi ha chiesto di raccontarle tutto l’accaduto e poi si è messa a fare un sacco di telefonate: al papà, alla polizia, ai carabinieri, fino a quando non è riuscita a rintracciare il conducente. A seguire siamo tornate a scuola per completare dei moduli e ringraziare i professori che mi hanno aiutata. Finalmente potevo tornare a casa. Anche se per quel giorno non avevo molto fame o voglia di ridere, ero felice che nel male tutto fosse finito per il meglio.

Visto cosa succede se solo un giorno non ti scrivo?!  Ti saluto, per questa sera abbiamo finito. Un bacione. Notteeee.